Caro Chris Hughes, investi anche su Tank, già che ci sei

Ogni redazione, compresa quella di Tank, dovrebbe avere un Chris Hughes che irride la crisi editoriale a suon d’investimenti e annuncia una sontuosa campagna di ristrutturazione basata sulla qualità. Il ventottenne che ha fatto fortuna con Facebook e qualche mese fa ha comprato The New Republic, il quasi centenario magazine della sinistra colta, si è preso qualche tempo per pensare a una strategia di rilancio, e ora è arrivato il momento di fare.
21 MAG 12
Ultimo aggiornamento: 03:26 | 6 AGO 20
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Ogni redazione, compresa quella di Tank, dovrebbe avere un Chris Hughes che irride la crisi editoriale a suon d’investimenti e annuncia una sontuosa campagna di ristrutturazione basata sulla qualità. Il ventottenne che ha fatto fortuna con Facebook e qualche mese fa ha comprato The New Republic, il quasi centenario magazine della sinistra colta, si è preso qualche tempo per pensare a una strategia di rilancio, e ora è arrivato il momento di fare. Innanzitutto ha richiamato alla guida del giornale Franklin Foer, intellettuale e insider di Washington che per cinque anni ha diretto la rivista; sotto la direzione di Foer, The New Republic può imbarcarsi nell’impresa della propria rifondazione, e Hughes ha le idee molto chiare su come realizzarla: niente filmati virali, fotogallery di animali o classifiche delle dieci cose più fastidiose del mondo, niente sensazionalismi a basso costo e nemmeno eccessi social a discapito dei contenuti (paradosso: se c’è uno che sa quanto i social sono profittevoli questo è Hughes), il patron del magazine punta sul giornalismo vecchio stile ma fatto da giovani, e per questo sta cercando, con l’aiuto di Foer, una pattuglia di journostar per rimettersi al livello della concorrenza.
Ma quale concorrenza? Con venti numeri pubblicati all’anno e una tiratura media di 39 mila copie, The New Republic si rivolge a una selezionatissima nicchia di adepti, dunque non ha una vera concorrenza. Per questo Hughs vuole aprire un ufficio a New York – mossa rivoluzionaria per un magazine smaccatamente washingtoniano – e vuole portare The New Republic “al livello di New York Magazine, Economist e New Yorker”. “Voglio che chiunque da Michael Bloomberg a Zadie Smith fino a Sheryl Sandberg legga The New Republic”, cioè che il magazine torni ad avere un posto nell’aeropago del dibattito globale. Hughes non così sprovveduto da non sapere che la qualità costa, e l’investimento immediato non è un problema per uno che se n’è andato da Facebook con 700 milioni di dollari in tasca; la sua rivoluzione copernicana, però, è un’altra: mettere un impegnato giornale di idee sulla strada del profitto, e poco importa quanto sarà lungo il percorso. Per questo ogni redazione dovrebbe avere il suo Hughes.